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La meraviglia della natura morta
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Emilio Longoni

(Barlassina, 1859 – Milano, 1932)

Allontanato da casa per le condizioni di povertà della famiglia numerosa – padre maniscalco e madre ricamatrice – dopo un’infanzia segnata dal lavoro infantile, il giovane riuscì a iscriversi a Brera riportandone esiti brillanti tra il 1877 e il 1880. Durante gli anni di frequenza gli sarà compagno Giovanni Segantini. Cominciò ad esporre alle annuali milanesi dal 1880, con studi dal vero e di paesaggio. Nei primi anni Ottanta il tentativo – fallito – di entrare a Napoli a far parte della scuola di Domenico Morelli, lo avvicinò alla pittura materica, declinata nei racconti dell’infanzia del napoletano Antonio Mancini, di cui l’artista subirà il fascino nella produzione di testine infantili dipinte al suo rientro a Milano. Grazie a Segantini entrò in contatto con Vittore Grubicy, il mercante critico d’arte che sosteneva il giovane di Arco con le attività della propria Galleria gestita in società insieme al fratello Alberto. Longoni e Segantini, tra il 1882 e il 1884, trascorreranno in Brianza due anni di intenso lavoro comune, indirizzati da Grubicy che ne orientava la produzione, istruendoli sulle richieste del mercato. Tale binomio si interruppe quando Longoni rifiutò di veder firmate le proprie opere con il nome del più conosciuto Segantini. Nel 1886 a Milano disporrà finalmente di un proprio studio. Suoi primi soggetti, insieme alla ritrattistica, ai paesaggi e alle composizioni agresti in cui si può leggere l’influenza mediata da Grubicy di Millet e dei pittori della Scuola de L’Aja, saranno le nature morte accolte favorevolmente dal circuito del collezionismo lombardo. Si legò ai circuiti progressisti, incentivando una produzione di soggetti intimistici e di genere, che approfondirà, con particolare riguardo per i soggetti infantili, con temi di carattere urbano e sociale, sino a proporre a partire dal 1891, in coincidenza della prima Triennale milanese, composizioni di decisa denuncia sociale, lette dai contemporanei come provocazione politica e simboli di lotta di classe. L’adozione della tecnica divisionista, applicata anche a temi del verismo sociale, caratterizza il suo impegno artistico sino all’adesione a temi simbolisti nel Novecento, approdando alla fine della propria vicenda artistica ad una visione della natura smaterializzata nella luce.
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