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Mosè Bianchi

(Monza, 1840 – 1904)

Figlio d’arte, ebbe i primi ammaestramenti dal padre, Giosuè Bianchi, ritrattista e autore di composizioni sacre. Nel 1856 si iscrisse all’Accademia di Brera ove seguì i corsi preparatori; nel 1859 si arruolò da volontario nei Cacciatori delle Alpi, partecipando alla seconda guerra d’Indipendenza. Dal 1860 fu allievo della scuola di pittura di Giuseppe Bertini, suo compagno era Tranquillo Cremona; due anni dopo aprì uno studio insieme a Roberto Fontana e realizzò composizioni di storia che riscossero in ambito accademico un immediato successo. Nel 1864, anno in cui ultimò i corsi scolastici, compì un viaggio a Roma e a Firenze. Nel 1866 vinse il Pensionato Oggioni che gli permise di trascorrere tre anni tra Venezia e Parigi; nella capitale francese entrò in contatto con la pittura di Mariano Fortuny e di Meissonnier, mediante Goupil, il mercante francese che di Bianchi commercializzò la produzione ispirata dal neosettecentismo alla moda. I soggiorni veneziani ne arricchirono il linguaggio figurativo di soluzioni illusionistiche, derivate dallo studio della pittura veneta, e ne sbrigliarono la ricerca di effetti virtuosistici. Ma le composizioni create dalla fine degli anni sessanta, traggono occasione da spunti di storia quotidiana e da ambientazioni verificate sul reale, testimoniando di uno scrupoloso studio del vero, portato a collimare con le facoltà dell’immaginazione. Si dedicò all’affresco tra il 1877 e il 1889 – in vaste imprese architettoniche e decorative svolte per una committenza alto borghese che si rivolgerà a Bianchi anche in qualità di ritrattista – con recuperi e invenzioni veronesiani o neotiepoleschi, inserendosi tra i protagonisti della stagione dell’eclettismo lombardo. Dagli anni ottanta si dedicò al paesaggio, prediligendo le ambientazioni chioggiotte. Nell’ultimo periodo sperimentò un singolare uso della macchina fotografica per tradurre in pittura spunti di una Milano quotidiana e feriale.
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